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                                          Progetto Pandora (P2)

Siamo tutte Pandora

La donna nella civiltà greca perse progressivamente il potere che, al contrario, aveva nella società neolitica, definita quasi matriarcale, nella quale assumeva una posizione preminente; a questo proposito, una fonte molto importante è rappresentata dai poemi omerici, specchio della società greca nei secoli tra la fine della civiltà micenea e l'ottavo secolo.
Grazie alla lettura dell'Iliade e dell'Odissea, veniamo a conoscenza delle caratteristiche femminili che gli uomini greci consideravano fondamentali: la prima fra tutte era la bellezza, poiché le permetteva di assomigliare a una dea (questo tratto veniva riscontrato nella figura di Elena); questa bellezza, però, doveva anche essere valorizzata e curata con un abbigliamento adatto per conquistarsi una “fama gloriosa” e, tuttavia, ciò non bastava: la donna doveva inoltre eccellere nei lavori domestici e soprattutto obbedire al potere maschile.
Essa veniva considerata adultera in potenza, nonostante avesse l'obbligo di rimanere sempre fedele al marito; egli, invece, poteva contare sulla compagnia di altre donne dette “concubine”.
Questa situazioni così impari all’interno del matrimonio raggiungerà l’apice della degenerazione nella società ateniese. Infatti, bisogna sapere che la condizione femminile in Grecia si distingueva nelle diverse poleis come Sparta e Atene (le principali poleis) che proponevano modelli sociali diversi tra loro: a Sparta, una donna godeva di molta libertà ed era educata a vivere liberamente e all’aria aperta; non doveva occuparsi di nessuna faccenda domestica e neanche dell’educazione dei figli; essa aveva anche la possibilità di dedicarsi a diverse attività (come ad esempio la danza, il canto, ecc… ) , le quali venivano insegnate fin dall’infanzia cosicché, secondo delle tradizioni e delle credenze, le donne avrebbero così potuto dare alla luce dei figli “più robusti” e forti per la patria. Ad Atene, invece, la donna era abituata alla “vita nell’ombra”; i greci consideravano le donne secondo dei canoni estetici prestabiliti, esse dovevano avere una bellezza simile a quella di una dea; su diversi vasi greci le donne sono rappresentate più pallide degli uomini, poiché passavano la maggior parte del loro tempo in casa e quando uscivano utilizzavano dei cappelli e dei mantelli, per ripararsi dal sole e dagli occhi di altri uomini (rapporto con la donna musulmana, che deve indossare il burqa per nascondere il viso); i mariti volevano che le donne stessero in casa per crescere i propri figli e molto di esse erano infatti prive di istruzione.
L’uomo greco non viveva una situazione sentimentale statica, infatti vi erano diverse figure femminili che affiancavano quella della moglie:
- La moglie, che apparteneva ad una famiglia amica e veniva promessa al marito o al padre di lui quand’era ancora bambina. Il matrimonio avveniva intorno ai 14 anni e il suo compito era quello di dare figli al marito. Ella non partecipava alla vita sociale in alcun modo.
- La concubina si prendeva "cura del corpo" dell'uomo, con il quale viveva nonostante non fossero sposati. Da un punto di vista giuridico, era parificata alla moglie, ma non godeva di alcun diritto.
- L’etera, una donna che pur concedendosi a pagamento, sarebbe impreciso definire prostituta. La sua figura rappresentava un modello di donne colte e rispettabile. Accompagnava gli uomini ai banchetti, dove né le mogli né le concubine erano ammesse.
- La prostituta, nella maggior parte dei casi era una donna che, secondo il volere del padre, sarebbe stata esposta e destinata alla prostituzione, svolgendo prestazioni che esercitava in casa e per strada, e che erano considerate all’ultimo livello della scala sociale.
La città di Atene era dunque un luogo per soli uomini, nel quale le donne avevano il solo compito di soddisfare ogni esigenza del proprio uomo.
Fortunatamente, in età Ellenistica le cose cambiarono e con la disgregazione sociale dei valori classici e l’attuazione delle monarchie, godettero di maggiori poteri.

La misoginia
Il termine misoginia, derivante dal greco μισέω (= io odio) e γυνή (= donna), indica un sentimento ed un conseguente atteggiamento d'odio o avversione nei confronti delle donne, generalmente da parte di uomini.
“Chi si affida ad una femmina, si affida ai ladri” (Esiodo Le opere e i giorni, v.375)
La Grecia è oggigiorno conosciuta per la sua eredità culturale, scientifica, politica e la filosofiξa, ma essa è anche stata una società profondamente misogina. La vita delle donne era infatti controllata da una delle autorità maschili della sua famiglia. Questo tipo di atteggiamento nei confronti delle donne era assunto soprattutto ad Atene: ”Una giovane ragazza ateniese di buona famiglia viveva sotto una sorveglianza strettamente rigorosa; doveva vedere , meno cose possibili, capirne il meno possibile, porre meno domande possibili” (estratto dall’Economico di Senofonte).
In tutti gli antichi racconti delle leggende Greche, è sempre l’uomo che detiene il ruolo di eroe mentre la donna deve accontentarsi di essere la madre, la sorella, o la ragazza dell’eroe.
E’ il poeta greco Esiodo a raccontarci la storia della creazione del γῆνος femminile: ”Zeus che tuona nelle nuvole, per la grande disgrazia degli uomini mortali ha creato le donne”
Esiodo fu considerato un poeta misogino e questo suo lato ci è mostrato dalla scrittrice Cristiana Franco nel suo saggio Senza ritegno - Il cane e la donna nell’immaginario della Grecia antica1. Egli infatti descrive Pandora, progenitrice e primo esemplare del Genos, come una figura dai tratti canini datigli da Hermes e considerati un dono infido, poiché nella Grecia antica il cane compariva in immagini negative. Infatti, nonostante il cane fosse apprezzato e presente nella vita quotidiana, era l’emblema della mancanza di ritegno proprio perché era l’unico animale a cui si richiedeva di averlo. Non è allora un caso che tratti canini appartenessero a Pandora: nell'immaginario maschile un parallelismo strutturale accomuna le due figure, parimenti domestiche e subordinate, della donna e del cane, cui ci si affida con diffidenza.
Questa descrizione non era, però, solamente il frutto della fantasia di un poeta misogino, ma costituiva l’espressione di un modello ampiamente diffuso e profondamente radicato nella cultura dell’età antica. La donna era inoltre considerata da Esiodo un elemento parassitario, una “bocca da sfamare” e un elemento inerte poiché secondo la morale esiodea, fondata sulla necessità del lavoro agricolo; coltivare i campi significava guadagnarsi da vivere con onestà e giustizia e perciò chi, come una madre o una moglie, mangiava senza aver faticato “viveva di rapina”.

Considerazione della donna oggi
Ai giorni nostri, rispetto al passato, la donna non è più considerata solo come un oggetto e quindi non considerata all’interno della società, ma è invece presente in tutti i diversi tipi di ruoli. E’ presente nel mondo imprenditoriale, ma anche in politica e grazie alle sue capacità ottiene grandi successi in tutti i settori in cui opera.
Tuttora restano comunque delle persone che considerano la donna come un semplice oggetto e il suo ruolo, nonostante nel corso della storia sia stato rappresentativo sia nel sociale, che nella famiglia, è stato sminuito e infangato da avvenimenti di cronaca nera.
La condizione della donna è cambiata soprattutto negli ultimi due secoli, nei quali, in Occidente, si è quasi raggiunta la parità dei sessi.
In Oriente, al contrario, la situazione non è affatto cambiata e sotto certi aspetti è pure peggiorata. Infatti le donne musulmane (quelle che si possono definire le meno sfortunate) sono costrette a vivere appoggiate al marito, costrette a coprirsi completamente e nel caso di morte del marito a vivere di elemosina. In India, molte donne sono considerate ancora delle streghe e quindi sono maltrattate e tormentate fino alla morte.

1 - http://www.ibs.it/code/9788815094186/franco-cristiana/senza-ritegno-cane.html

2014 V B Liceo Classico Aosta